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La cipolla di mare…una pianta magica

La scilla marittima (Drimia o Urginea maritima), nota anche con il nome comune di cipolla di mare, è una bulbosa perenne, della famiglia delle Liliaceae, come il giglio ma anche come la cipolla, che cresce spontanea nelle zone a clima mediterraneo sulle coste sabbiose e i terreni aridi e rocciosi. Come queste, anche la scilla presenta un bulbo piuttosto grosso,  che emerge spesso per una buona parte dal terreno. In inglese è detta squill, in francese è la scille marittime, i tedeschi la chiamano blaustern mentre in Spagna è la esquila.

Si tratta di una pianta erbacea perenne piuttosto robusta che raggiunge dimensioni notevoli e origina da un grosso bulbo tunicato largo fino a 15 cm e pesante fino a 3-4 kg. Le foglie carnose crescono in rosetta basale e sono lunghe fino a un metro. Dopo che si sono disseccate, a fine estate, fanno la propria comparsa lunghi steli fiorali su cui crescono fiori bianchi o rosa riuniti in racemi.

In Italia è abbastanza comune nei territori meridionali, nelle isole e lungo i litorali della Liguria, Toscana e Lazio. Si spinge pure all’interno, specialmente lungo le valli, anche per qualche decina di chilometri.

È una pianta molto velenosa, tanto che anche gli antichi greci lo capirono ben presto a proprie spese e le diedero il nome di skiullein: dilaniare, da cui poi schilla e infine scilla. Il nome scilla richiama anche la Sicilia, regione nella quale cresce talmente abbondante che è stata ritrovata anche lontana dalle zone costiere. Il nome specifico marittima, come intuibile, le è stato dato per la sua propensione a crescere lungo le coste marittime.

Un po’ di storia

La somiglianza ai bulbi di cipolla, costò la vita ad ignari e affamati antichi greci, che trovandola abbondante lungo le coste, provarono a cibarsene. Ovviamente gli effetti mortali furono di questa pianta furono ben presto divulgati evitando altre inutili morti.

Teofrasto (IV-III sec. a.C.) descrive che la pianta era impiegata in cerimonie espiatorie e per allontanare i sortilegi. Plinio (I sec. d.C.) narra che veniva appesa come amuleto universale sopra la soglia di casa per tenere lontano i malefici.

I Greci piantavano la scilla sulle tombe e le attribuivano la proprietà di guarire la follia.

Della pianta comunque erano conosciute anche le proprietà medicinali; presente nel papiro Ebers la più importante testimonianza della scienza medica egizia (1550 a.C.).

Il famoso tossicologo Orfila Matheo José Bonaventura (1787-1853), che si occupò in modo particolare degli effetti dei veleni inorganici e organici sull’uomo, segnalava di usare con prudenza la pianta, in quanto narra: “riesce… un veleno narcotico acre, potendo produrre, presa in troppa dose per bocca, la stranguria, il mitto sanguigno, delle nausee e vomiti, diarrea, coliche, sudori freddi, convulsioni e, in qualche caso, se non sempre, la morte”.

Proprietà

Il bulbo della scilla ha come costituente principale la mucillagine, che arriva a costituire anche 11% del totale dei componenti. Sono presenti anche triterpeni e molti flavonoidi, sia in forma libera come tali che in quella glicosidata, ovvero legati ad uno zucchero (glucoside).

Proprio dei glucosidi sono i responsabili dell’azione cardiotonica. Non si conosce ancora con precisione quale sia il responsabile, ma si è notato che sono una quindicina i glucosidi attivi. Uno dei principali componenti è la proscillaridina A, che per scissione idrolitica da origine allo scillarene A, scillarene B e scillarenina.

Una preparazione con scilla e miele veniva somministrata dai medici arabi durante il Medioevo come rimedio diuretico.

L’uso più frequente che si fece di questa pianta fu quello di ratticida, in quando il topo non essendo capace di vomitare, veniva avvelenato e moriva.

Solamente agli inizi dell’ ‘800 si scoprirono le proprietà farmacologiche della scilla quali cardiotonico, diuretica ed espettorante, ma si ignorava la differenza di quantità tra la dose terapeutica da quella mortale.

 

 

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