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Il Farfaraccio

Il Farfaraccio (Petasites officinalis) è una pianta erbacea perenne originaria delle aree a clima temperato freddo che cresce fino a 1400 mt. Questa pianta, che cresce fino ad un’altezza di 60 cm., è felicissima sulle sponde dei corsi d’acqua. Cresce facilmente in terreni argillosi e umidi.

A marzo e ad aprile,  un robusto fusto cavo si spinge fuori dal terreno ancora innevato, sul quale si trovano piccoli capolini dal colore che va da biancastro al rosa ( formati da diverse inflorescenze individuali) simili a piccoli pennelli di artisti.

Solo alla fine del periodo della fioritura spuntano le foglie rotonde e cuoriformi; queste sono di un colore grigiastro non ben definito nella pagina inferiore e con un diametro di 30 cm. Sono tra le più larghe della nostra flora domestica. In inverno la pianta si ritrae sino al suo robusto rizoma, che si insinua attraverso il terreno e attecchisce in zone adiacenti.

Parti utilizzate:

Le radici, i fiori e le foglie.

Tempo di raccolta e conservazione:

Le radici in primavera o in autunno, le foglie e i fiori in primavera.
Le foglie e i fiori si utilizzano freschi, le radici si fanno essiccare la sole e si conservano in vasi ben chiusi.
La radice si taglia dalla pianta estirpata, si divide in pezzi, si essicca al sole e si conserva in sacchetti di carta e di tela.
I fiori e le foglie si usano freschi ma si possono anche essiccare in un unico strato, in luogo ombroso e aerato; si conservano in recipienti al riparo dall’umidità.

Notizie e curiosità: 

L’appellativo “petasites” che gli viene attribuito, deriva dal nome di un cappello a larghe falde (Petàsos) usato dagli antichi per coprirsi la testa e ripararsi dalla pioggia, alla cui forma richiamano le grandi foglie cuoriformi della pianta.


Impiegato come pianta medicinale fin dall’antichità, godette il momento di maggior fama nel XV secolo quando fu utilizzato per curare la peste.

Principi attivi:

Gli effetti farmacologici del farfaraccio sono dovuti ai suoi costituenti principali: la petasina e l’isopetasina, due potenti agenti vasodilatatori la cui attività in vitro si è dimostrata simile a quella della papaverina. Tali sostanze sembrano inoltre capaci di inibire la sintesi di leucotrieni responsabili del processo infiammatorio che sta alla base dell’emicrania.
Contiene anche prodotti a base di zolfo, alcaloidi pirrolozidinici, flavonoidi, acido protocatechico, colina, cloruro di potassio, inulina, sinantrina, eliantenina, potassio.

Proprietà:

Gli estratti di farfaraccio sono stati utilizzati nella medicina popolare per curare la rinite allergica (febbre da fieno), l’asma, l’emicrania, i disturbi del tratto uro-genitale, del tratto gastro-intestinale e della colecisti, oltre che come spasmolitici.
È adatto in particolare per ipertesi ed arteriosclerotici a cui regola pressione e stato di eccitazione psichica, mentre, agli asmatici allevia lo stato di ansia. Azione regolare e sicura, ma non immediata. I rizomi sono leggermente più attivi delle foglie.
Inoltre il farfaraccio, inibendo il rilascio di istamina, allevia la congestione nasale ed ha pertanto trovato applicazione nel trattamento della rinite allergica e dell’asma.
Il Farfaraccio è una pianta nota per la cura della tosse e contro l’eccitazione nervosa e l’insonnia.
In cosmetica si possono applicare le foglie sul viso perfettamente pulito per combattere gli arrossamenti della pelle e come decongestionante.

Preparazione e uso:

Decotti delle radici e infusi e sciroppi di fiori e frutti per uso interno.

L’infuso di foglie è estremamente efficace contro emicranie, asma, allergie, tosse e disturbi all’apparato respiratorio. E’ sconsigliato abusarne, non superando le 2/3 tazze al giorno per non più di tre o quattro settimane all’anno.

Le foglie si possono applicare sul viso perfettamente pulito per combattere gli arrossamenti della pelle e come decongestionante.

Il farfaraccio  in cucina

I gambi carnosi e sodi delle giovani foglie (piccioli) si possono consumare lessati ed eventualmente mescolati con bietole, oppure al pari degli asparagi.
I gambi vanno lavati con estrema cura e lessati in acqua salata. Si possono consumare in insalata oppure passati al burro. In Lombardia si usa anche friggerli dopo averli leggermente infarinati oppure passati in una pastella preparata con uova, farina e latte.

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